giovedì 5 novembre 2009

Chi ha vinto nella battaglia per il crocefisso?



Finalmente, almeno per “L’unione atei e agnostici razionalisti” a cui Massimo Albertin è iscritto sino dalla sua fondazione, la Corte Europea dei diritti dell’uomo, accogliendo il ricorso presentato da sua moglie, la finlandese Soile Lauti, ha sentenziato che il crocefisso non deve essere esposto nelle aule della scuola pubblica.
A parte che la suddetta signora dovrebbe immediatamente far ricorso per chiedere la sostituzione della bandiera nazionale finlandese (oltre ché svedese, danese, norvegese e svizzera e inglese dove la croce, tradizionale o di S.Andrea compare), e forse di quella europea dove la stella potrebbe richiamare quella cometa dei re magi, mi chiedo: chi ha vinto e chi a perso con questa sentenza?
Piergiorgio Odifreddi, il superfalco del laicismo estremo, i cui libri assieme all’opera omnia di C.Darwin, C.Hitchens e altri campioni del laicismo antireligioso e giacobino, fanno bella mostra nella biblioteca e sui tavoli di casa Albertin, autore di un libro in cui sostiene che il termine cristiano deriva dal francese crétin, cioè cretino, idiota, e la Torah ebraica è una serie ininterrotta di stupidaggini, dimostrata dalle poche paginette che Le dedica, esprime la sua grande gioia all’insegna di “Libera Chiesa in libero Stato”. In una intervista aggiunge: “Faccio presente che i cattolici in Italia sono il 30%. Quindi non sono la maggioranza. Infatti si sa che solo il 30% va a messa”, dimenticando che il 98% degli sstudenbti si avvale dell’insegnamento della religione cattolica Non contento vorrebbe togliere la concessione dell’8 per mille, che, va notato, è volontaria, e obbligare i credenti “a pregare in casa e non imitare i Farisei che pregavano in piazza. Quindi il culto va onorato in sedi private e in luoghi appositi”. A parte l’inesattezza del riferimento – come non ricordare che tutta la predicazione di Gesù si svolse in pubblico?- ci sembra che affermazioni del genere, dai giacobini francesi, passando ai rivoluzionari sovietici, fino a Chavez in Venezuela, siano state espresse da tutti i regimi più sanguinari e totalitari degli ultimi secoli, con effetti deevastanti.
Inoltre anche l’affermazione cavourriana “Libera Chiesa in libero Stato”, non stava assolutamente a significare la privatizzazione della religione, ma la sua distinzione dalla sfera statuale che promette e permette libertà, tolleranza e rispetto a tutte le fedi religiose compreso il diritto di non credere, che è sede della laicità dello stato di diritto, collocandola nella sfera della società civile, che non è propriamente la sfera del privato, ma una sfera pubblica di cittadini, associazioni, organizzazioni religiose di minoranza e di maggioranza: in mondo variegato e molteplice, ricco di fermenti e di valori, luogo di incontro e di scontro, di sovrapposizione di valori e di distinzione, che lo Stato deve incoraggiare, regolare, difendere da eccessi, ma mai reprimere e limitare, imponendo vincoli o sanzioni.
Come dice Giancarlo Bosetti nel suo recente Il fallimento dei laici furiosi non ci si può illudere che la scena contemporanea si possa ancora definire oggi, come il 20 settembre 1870, attraverso nuove collisioni tra religioso e non religioso. Allora se al momento avrebbero perso i cristiani, chi avrebbe vinto? Forse i cristiani non cattolici che, come i valdesi hanno subito plaudito alla sentenza? O gli atei, agnostici e razionalisti? O forse gli ebrei, per i quali la croce ha rappresentato per quasi due millenni un simbolo di persecuzione? O forse il terzo litigante del famoso proverbio e cioè i musulmani? Il cardinale Kasher molto saggiamente ha ricordato che se la croce è stata “spesso nella storia usata come un segno contro , non credo che oggi nessuno possa intenderla così. No, ciò che resta dopo aver tolto i simboli è il vuoto”.
Ostellino, uno dei pochi autentici liberali italiani aveva recentemente affermato che il relativismo è in favore del pluralismo dei valori mentre il nichilismo è per la sua distruzione.
L’aver diluito nella Costituzione europea il riferimento alle radici giudaiche e cristiani che, insieme a quelle greche e romane, rinascimentali e illuministiche sono le fondamenta valoriali a cui è pervenuta la nostra civiltà, attraverso terribili errori e orrori, in tremila cinquecento anni di storia, ha comportato un azzeramento del nostro passato e delle nostre tradizioni che sono particolari e universali insieme. Mettere sullo stesso piano il rispetto per la vita umana e il suo disprezzo, l’uguaglianza di uomo e donna e il suo contrario, la libertà dell’individuo in quanto persona e il comunitarismo dell’Umma islamica non è un buon servizio per il futuro delle nuove generazioni.
Non vorrei che queste discussioni da basso Impero o da fine dell’Impero d’Oriente con la famosa discussione sul sesso degli angeli, vedesse in Europa, divenuta Eurabia, un vero vincitore esterno.
Mi viene in mente una bella frase di Mons. Negri, vescovo di S.Marino e Montefeltro :”Mi auguro che laici non laicisti e credenti non clericali, possano dialogare fra di loro”.

Guido Guastalla presidente di Societa` Aperta

Ps: l’ebraismo in Occidente ha sempre rispettato, così come in Oriente, i valori religiosi e morali della maggioranza, così come i poteri dello Stato, chiedendo soltanto libertà ee rispetto per i propri. Non si è mai sognato di voler cancellare l’identità delle nazioni o peggio ancora cercare di sostituirla con la propria; cos’ come in Israele chiede di poter affermare l’identità ebraica del paese, nel rispetto naturalmente di tutte le minoranze.

mercoledì 4 novembre 2009

Intervista a Giulio Meotti riguardo al suo nuovo libro: Non smetteremo di danzare



Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. Ha scritto per il «Wall Street Journal». Con Lindau ha pubblicato “Il processo della scimmia. La guerra dell’evoluzione e le profezie di un vecchio biochimico” (2006). “Non smetteremo di danzare” è in corso di traduzione negli Stati Uniti, per la Encounter Books di New York.

INTERVISTA A GIULIO MEOTTI

“Non smetteremo di danzare”, un libro scritto per raccontare i martiri di Israele, per non dimenticare i loro nomi. Sono storie che parlano di coraggio, di disperazione ma anche della voglia di continuare a vivere. Nei quattro anni occorsi per scrivere questo libro hai incontrato e parlato con moltissime persone. Quali sono i loro sentimenti di fronte a queste tragedie: rassegnazione, rabbia, ostilità, voglia di vendetta?
MEOTTI: «Nessun israeliano che ha perso i propri cari in un attentato terroristico ha mai cercato o chiesto la vendetta. Alcuni hanno risposto al terrore creando fondazioni benefiche in nome dei cari uccisi e oggi assistono bambini palestinesi. Una ragazza che ha perso il padre, la madre e il fratello in qualità di ostetrica fa nascere i bambini arabi in ospedale. Nell’accostarsi al mondo dei sopravvissuti al terrorismo ti colpisce il fatalismo ottimista, la fede ancora più forte in Israele e soprattutto l’amore per la vita. Non come banale gioia di vivere, ma come santificazione, laica o religiosa che sia, della vita umana in quanto tale. I mariti che hanno perso la moglie in un attentato si sono risposati e hanno creato una famiglia più grande di prima. Nella città di Sderot, sotto i missili di Hamas, gli israeliani si sono sposati nei bunker e i bambini hanno giocato nelle abitazioni sotterranee. Nessun autista di pullman si è licenziato, anche se ogni volta guidare era come una roulette russa. La distruzione arrecata dal terrorismo al cuore di Israele è stata grande, come un “mini Olocausto” ha detto un padre. Ma Israele, la sua società, la sua cultura, ne sono usciti vincitori. Israele ha dimostrato di amare la vita più di quanto non tema la morte. Ecco cosa ci insegna la democrazia israeliana, in guerra da sessant’anni ma senza odiare il proprio nemico. E’ questo il significato più bello trasmesso dai racconti di come erano, in vita, i morti d’Israele.»

Nel libro non vi è alcun pregiudizio contro i palestinesi, ma ti verrà rimproverato di ignorare le morti palestinesi provocate dall’esercito israeliano. È una guerra dei numeri che pesa sulla democrazia israeliana?
MEOTTI: «La conta delle vittime non ha mai spiegato nulla del conflitto. Ovviamente c’è una differenza fondamentale fra i civili israeliani ammazzati nelle proprie case, ristoranti, hotel e sinagoghe, e le vittime palestinesi che hanno tragicamente perso la vita in azioni militari volte a salvaguardare l’esistenza d’Israele e a fermare la mano dei terroristi. Israele fa di tutto per non arrecare danno ai civili. Questo libro-inchiesta non fa la conta dei morti, racconta una grande storia contemporanea, il martirio ebraico nel XXI secolo, è la storia orale del conflitto mediorientale dal punto di vista della vittima che viene sempre bandita dai media, dalla cultura, dalla politica benpensante: gli ebrei. Uccisi perché ebrei in dieci anni di campagne fondamentaliste e genocide. Quasi sempre di loro non si viene a conoscere neppure il nome il giorno dopo la strage. Ho scelto di raccontare alcune delle più incredibili storie delle vittime israeliane del terrorismo perché ci parlano di questo minuscolo paese che non conosciamo veramente. E’ il “Ground Zero d’Israele”: 1.700 vittime civili e oltre diecimila feriti. Israele è un paese molto piccolo e se paragoniamo questa cifra alla popolazione degli Stati Uniti sono 70.000 vittime. In questi frammenti umani si trova a mio avviso uno dei perché d’Israele. Forse la sua ragion d’essere più importante. Questi “sommersi”, per usare un’espressione di Primo Levi, sono il pegno dell’esistenza dello stato ebraico soprattutto nell’epoca del negazionismo dell’Olocausto e della bomba atomica iraniana.»

C’è un filo continuo che corre lungo i racconti del libro e che collega le vittime dell’Olocausto di ieri con quelle degli attentati kamikaze di oggi. Una sopravvissuta all’Olocausto che deve identificare i suoi parenti vittime di un atroce attentato si chiede: “è davvero finito l’Olocausto?”. Come risponderesti a questa domanda?
MEOTTI: «Il simbolo del libro potrebbe essere un uomo che ha perso gran parte della famiglia in un ristorante a Gerusalemme e che ricorda il padre mentre fa il segno di vittoria davanti ai cancelli di Auschwitz, dove i nazisti sterminarono la sua famiglia. Le vittime del terrorismo ci rendono chiaro così che l’Olocausto è come una coda di buio che attraversa le generazioni, è il più grande tabù del mondo arabo-islamico, e uccidere un sopravvissuto ai lager è un omicidio perfetto. Con lui, si spazza via anche la memoria. La ricostruzione dopo gli attentati contiene il mistero d’Israele. Ci sono familiari che hanno dovuto riconoscere i propri cari dall’analisi del Dna, da una collanina, da qualcosa che apparteneva alla vittima. Il terrorismo ha cancellato letteralmente l’esistenza di migliaia di persone. Per questo ho scelto di raccontare e intervistare gli eroi di “Zaka”, l’organizzazione religiosa che si occupa di dare degna sepoltura ai piccolissimi lembi di carne e sangue delle vittime. Con la loro opera fermano l’annientamento provocato dal terrorismo. Non è possibile costruire la pace in Medio Oriente sull’oblio delle vittime di questa spaventosa ondata di antisemitismo. Per questo, forse, leggere il racconto di questi destini spezzati è già un atto di resistenza alla barbarie.


Giulio Meotti, “Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d'Israele”, prefazione inedita di Roger Scruton, con una lettera all'Autore di Robert Redeker, Edizioni Lindau, Torino, 2009, pagg. 360.

Tratto dal sito Israele.net

martedì 27 ottobre 2009

Dove va il Pdl a Livorno?



La rissa, da angiporti medioevali, fra Russo e Zingoni, ospitata sul quotidiano Corriere di Livorno nei giorni scorsi, non può che suscitare sconcerto e e disgusto nei dirigenti, militanti e semplici elettori del centro-destra.
A distanza di pochi mesi da elezioni amministrative disastrose per il nostro territorio, rispetto ad esempi anche vicini, come Cecina, Volterra, Pomarance etc, la cui responsabilità non può che ricadere sui gruppi dirigenti responsabili delle candidature, dei programmi, della campagna elettorale, abbiamo visto di tutto di più. Litigi furibondi sui giornali, divisione dei gruppi consiliari in due prima, e tre spezzoni poi, ostilità e incomunicabilità fra le persone, assenza di una azione politica sul territorio, mancanza di iniziative e di proposte in presenza di una crisi economico-finanziaria devastante, specie nella nostra città.
Tempo fa Fabrizio Cicchitto, interrogato a proposito della forbice fra risultato politico e amministrativo rispose che: “siamo un gruppo selvaggio che ha tirato ma che ora va organizzato sul territorio” e continuando: “Sa che cosa le dico? Troppa gente non fa politica sul territorio”. A Livorno – aggiungo io – molta gente non fa politica tout court.
La discussione fra i due personaggi rivendica la presenza dei Circoli e dei Club della Libertà. Ma chi se ne è accorto della loro presenza? Della Brambilla i primi, di Valducci i secondi, in realtà non esistono che nella testa di chi li ha pensati come strutture, finte e virtuali, di potere, per spartirsi i posti negli organigrammi: è una discussione surreale di tipo onirico. Ma quali attività avete fatto? Quali incontri? Quali gruppi di studio? Quali gruppi dirigenti? Dove sono i vostri iscritti?
Nessuno è in grado, ovviamente di rispondere a questi semplici quesiti per il semplice fatto che è tutto solo e soltanto sulla carta.
Il partito in realtà non esiste; lo scontento nell’elettorato, nella cosiddetta base, è massimo. Ma lor signori che fanno? Continuano ad azzuffarsi all’arma bianca nella prospettiva di spartirsi qualche posticino, magari di consigliere regionale.
Scriveva recentemente Alberoni in un articolo intitolato “Quando cadono gli ideali restano solo avidità e bugie”: “ Cosa accade…quando l’essere umano non sente l’aspirazione a superare il suo egoismo, a migliorare moralmente, a creare una comunità in cui vengono premiati il merito e la virtù?” Persi gli ideali, a cosa si rivolge la spinta umana che tende verso l’alto? Solo al potere e al denaro. Il potere diventa un fine in sé…. Tutti i mezzi diventano leciti per scalare l’unico cielo che è rimasto: accordi trasversali, ricatti, società segrete”. Se, come continua : “La grande chiassosa battaglia della politica italiana nasconde gente che accumula enormi poteri ed enormi ricchezze”, la piccola battaglia locale, aggiungo io, nasconde misera gente che accumula piccoli poteri e modeste ricchezze.
Viviamo un momento di cinismo, egoismi, grandi e piccole astuzie e viltà, che degradano la lotta politica per volgari e inconfessabili interessi: restano solo grandi e piccoli poteri contrapposti e la menzogna.
Nonostante tutto c’è sempre però gente coraggiosa che continua ad agire con correttezza e rigore, che ha fantasia, fede e vuol indicare una strade migliore ai giovani.
Il passato ci insegna che alla fine i malvagi, coloro che perseguono unicamente il loro tornaconto personale si autodistruggono, anche perché oltre un certo grado di abiezione, la gente si ribella e cerca altre persone per cominciare di nuovo a sperare e a costruire il proprio futuro.
A questa gente vogliamo dire semplicemente: per favore fatevi da parte,e liberateci da questi miasmi insopportabili.

Guido Guastalla
Presidente Società aperta- Fondazione Magna Carta

giovedì 15 ottobre 2009

L`Italia e lo scudo fiscale



Lo “scudo fiscale” ha inevitabilmente ridato nuova linfa all’eterna e complessa discussione sul confine tra etica e politica.
Tuttavia io voglio analizzare quelli che sono gli aspetti pratici della questione e provo a dire la mia sulle reazioni del mondo politico di fronte all’adozione di questo provvedimento da parte del governo Berlusconi.
La maggioranza ha presentato lo “scudo” come la classica medicina dal sapore terribile, ma dagli indiscussi effetti benefici.
Evidentemente le finanze pubbliche non se la passano bene.
E allora si è puntato su questa misura estrema per far rientrare nel nostro paese le ingenti somme di denaro “emigrate” nei “paradisi fiscali”.
Ma come ha reagito l’opposizione?
Non so perché, ma secondo me i principali antagonisti del Cavaliere, al di là degli inevitabili atteggiamenti di facciata, non sono stati per niente convincenti.
Il PD non si è sporcato le mani più di tanto.
Ma magari il principale partito d’opposizione spera che siano direttamente le piazze a dare un segnale forte alla maggioranza.
Casini, come al solito, ha detto il meno possibile.
Un atteggiamento più ostile ha provato a tenerlo l’IDV.
Ma Di Pietro, anche su questa questione, ha dimostrato di avere poche idee e confuse.
Ricordo che il leader dell’IDV, nella puntata del 22 settembre di “Annozero”, disse che il suo partito è per il sequestro totale dei capitali illegittimamente esportati all’estero.
Speriamo che Di Pietro abbia voluto fare demagogia perché se davvero non ha capito che lo “scudo fiscale” è stato adottato proprio perché è impossibile fare quello che dice lui, significa che non ci siamo proprio.
Nei giorni successivi alla magra apparizione televisiva Di Pietro si è limitato ad offendere i suoi avversari e non ha dato ulteriori prove della sua ferrata conoscenza della materia trattata.
Anche quelli del “Fatto quotidiano”, cioè coloro che si vorrebbero imporre all’attenzione di tutti come i più acerrimi nemici del tiranno, non sono stati particolarmente propositivi.
In particolare Travaglio e i suoi uomini non hanno saputo fare di meglio che confinare lo “scudo fiscale” nello stucchevole e lagnoso calderone del loro odio viscerale per il premier.
Non so se questo sia dovuto ad una precisa scelta editoriale, ma questo è quanto.
Persino Furio Colombo, una delle migliori e più agguerrite penne del giovane quotidiano, non ha saputo infiammare gli animi dei suoi lettori.
Ma il suo, per molti versi, è un silenzio giustificato.
Infatti tra i capitali finiti nei “paradisi fiscali” c’è anche quella consistente somma di denaro misteriosamente sparita dal patrimonio della Famiglia Agnelli.
E dunque l’ex presidente della Fiat America ha fatto bene tenere una linea di basso profilo relativamente a una questione che avrebbe potuto creargli qualche grattacapo.


Francesco

L`etica aiuta l`economia


Il Corriere della Sera, questa mattina, ha dato notizia dell`attuazione della fase operativa del cosiddetto scudo fiscale, con l`inizio dei controlli su 50 mila italiani ex residenti all`estero.
Contemporaneamente, la Banca d`Italia ha riacceso le polemiche sostenendo che l`adozione di questo condono fiscale invogliera`, in futuro, altre persone ad evadere con la convinzione che prima o poi un condono ci sara`.
Al contrario di Banca Italia, ritengo che il governo, considerando la situazione economica nazionale ed internazionale, abbia compiuto la scelta giusta.
La fuga dei capitali all`estero si e` sempre verificata in tutti i paesi del mondo ma ora, per la prima volta da tanti anni, si e` venuta a creare una situazione favorevole per il recupero di parte di quei soldi.
Infatti, sull`onda del crollo finanziario globale, le potenze internazionali hanno quasi obbligato i "paradisi fiscali" a rinunciare almeno in parte al segreto bancario, rendendo cosi` rintracciabili gli evasori.
Questo ha spinto un po` tutte le nazioni,America in testa, a cercare di recuperare i capitali trafugati all`estero.
Pensare, pero`, di recuperare le ingenti cifre solamente con sanzioni piu` o meno pesanti e` utopico.
Se chi ha capitali all`estero non ha incentivi a riportarli in Italia, adesso, molto probabilmente preferisce cercare di nasconderli ancora meglio e sperare che tra un anno o due, magari con il cambio di governo o della situazione internazionale, la caccia ai capitali non sia piu` una priorita`.
Allo stesso tempo,pero,`il condono e` una sorta di male necessario, un compromesso pratico moralmente non condivisibile che deve rimanere un`eccezione.
Infatti, la crisi economica a cui si e` arrivati e` in larga parte frutto proprio dell`assoluta mancanza di rispetto della morale nell`economia.
Per lunghi anni le virtu`, i valori morali erano stati considerati, generalmente, dei vincoli fastidiosi da aggirare per perseguire gli obbiettivi economici.
Negli anni precedenti la crisi si e` arrivati al punto che l`economia e la morale sono state considerate "piani paralleli", come se la sfera economica e quella morale non riguardassero entrambe l`uomo.
A tal proposito, voglio ricordare la poszione di Irving Kristol. Il neoconservatore americano, ha sempre evidenziato come non sia in discussione la superiorita` del modello capitalistico su quello socialista/ comunista.
D`altra parte il capitalismo si basa, su liberta`e responsabilita` individuale, talento personale, merito. Il comunismo si basa sulla negazione della specificita` di ciascun individuo, sul suo annullamento nella massa, sull` imposizione agli individui di concezioni di benessere, interesse, bisogni indipendentemente dalla loro volonta`.
Questo non vuol dire, pero`, che il capitalismo sia perfetto.
Infatti e` vero che il sistema capitalistico ha permesso, a quasi tutti di godere di una qualita` materiale della vita prima impensabile, soprattutto per le classi povere. Ha inoltre favorito l`ascesa sociale, ed ha favorito l`affermarsi del concetto di meritocrazia.
Infine ha favorito,in un rapporto di reciproca influenza, l`affermarsi della democrazia e delle liberta` personali.
Pero`, come giustamente ricordava Kristol, tale sistema non e` in grado di evitare le degenerazioni, quale il capitalismo baronale di fine ottocento o la bolla finanziaria dell`ultimo anno.
Alcuni ritengono che sia sufficente uno stato forte, attore economico che allo stesso tempo regoli l`economia e sanzioni pesantemente chi viola le norme, per evitare tali degenerazioni.
In realta`, se e` vero che regole e sanzioni sono assolutamente necessarie, un` eccessiva presenza statale nell`economia e una "burocratizzazione" di questa non fa altro che aumentare inevitabilemente il ricorso alla corruzione e alla politica dei favori.
L`unico vero rimedio concerne l`unico attore della sfera politico economica: l`uomo.
Per il buon funzionamento del "contratto sociale" che lega gli uni agli altri nella societa` l`individuo deve essere responsabile. Questo significa che non puo` permettersi di non riconoscere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, i mezzi dai fini.
All`interno della societa`, l`individuo e` riconosciuto ed accettato come un unicum, un essere umano con un`anima e una coscienza. E` libero di scoprire il proprio potenziale e perseguire il suo legittimi interessi ma, nel fare cio` deve rispettare gli altri (come persone prima di tutto) i loro bisogni, i loro diritti.
Egli e` responsabile del suo benessere e di quello della sua famiglia ma, nel contempo, ha il dovere come membro di tale comunita` di contribuire al benessere di essa attraverso buone opere.
Questi principi devono essere applicati anche all`economia, che non puo` essere un `isola amorale ed avaloriale, perche` cio` comporta pesanti ripercussioni su tutto il resto.
Allo stesso tempo credo che questi valori possano avere il suo fondamento, principalmente, nella tradizione giudaico cristiana, l`unica che considera la persona un unicum irripetibile ponendola al centro del mondo.
Alessandro Bertonelli


martedì 13 ottobre 2009

Lo scudo fiscale fra etica e politica


L’intervento di Massimo Paoli introduce nel dibattito sullo scudo fiscale elementi di equilibrato giudizio e si pone alcune domande sul rapporto fra etica e politica-economia.
I lati positivi sono evidenti: rientro di una eccezionale massa di capitali, entrate fiscali per svariati miliardi di euro, possibili investimenti e allocazione di questi capitali per far ripartire l’economia e quindi nuovi posti di lavoro, stipendi, fatturato per le aziende, e infine nuovo fiato alle strutture creditizie provate dalla crisi finanziaria mondiale.
Anche i lati negativi però sono altrettanto fondati e seri. Il condono è troppo a ridosso dell’altro e rischia di diminuire drasticamente il gettito tributario, inoltre crea la sensazione che a pagare siano solo gli onesti e cioè i “soliti fessi”, infine potrebbe riaccendere spirali inflazionistiche prima che sia ripristinata una corretta dinamica dei salari.
Ma, dice Paoli, i pro e i contro non si possono considerare del tutto in equilibrio. Se i primi sono in gran parte legati alla pratica, in senso economico e politico, i secondi si appoggiano e contengono elementi di natura etica, cioè quella sfera della pratica che si rivolge ai “fini” e non ai “mezzi”.
Paoli conosce troppo bene il dibattito interno all’etica moderna e lo sforzo per contemperare fini e mezzi e il loro rapporto reciproco. Se questo tema era indubbiamente presente anche nel mondo antico è almeno da Machiavelli, che fonda l’autonomia della politica, che diviene centrale nel pensiero filosofico. Fra etica delle intenzioni (per brevità l’imperativo categorico kantiano) e l’etica delle conseguenze (ad esempio quella weberiana) ci può e deve essere un rapporto, e se si quale? E inoltre, mentre la prima prevale come presupposto del comportamento personale, lo è altrettanto in quello della società? Infine, valori etici come “giustizia fiscale, senso della cittadinanza e dello stato, senso della democrazia reale” appartengono alla prima, o non piuttosto alla seconda e alla sua progressiva modulazione storica?
Le domande sono molte e tutte molto complesse e di non facili da affrontare in poche righe.
Una osservazione comunque: sembra possibile ottenere lo stesso risultato concreto che si propone lo scudo, senza passare attraverso lo scudo? E se non è possibile, allora l’osservazione che il prelievo del 5% è troppo favorevole, non ci riporta all’interno di un’etica utilitaristica, e cioè del mezzo migliore per ottenere un risultato ritenuto comunque positivo?
In un mio precedente articolo pubblicato su Il Tirreno “Etica e fede sono la risposta” avevo cercato, citando pensatori come Giddens e Dahrendorf, economisti e politici come Salvati e Ranieri, Tremonti e Blair, il papa Benedetto XVI nella sua enciclica “Caritas in veritate”, di riportare il discorso fra sviluppo economico e coesione sociale e etica ad una possibile convergenza, a quel “cerchio incantato” come possibile punto di incontro fra prospettive divergenti o contrapposte.
Che questo tema sia centrale nel dibattito contemporaneo ce lo dice anche Benedetto XVI quando afferma che “..il problema decisivo è la complessiva tenuta morale della società”. (Caritas in Veritate, 51).
L’etica religiosa in questo momento è avvantaggiata, anche sui temi concreti dell’economia e della politica, rispetto a quella laica, per un sistema etico di riferimento che fa discendere l’inviolabile dignità morale della persona umana dal trascendente valore delle norme morali naturali.
L’etica laica si trova invece in difficoltà di fronte ai cambiamenti epocali a cui assistiamo ma non è detto che non possa reagire positivamente.
Credo e mi auguro che dal dibattito, dall’incontro di queste due concezioni, nella loro variegata presenza, possa venire qualcosa di buono, sicuramente di migliore rispetto a certe discussioni di questi ultimi mesi e giorni.
A Massimo Paoli il merito di aver ripreso questi temi, e la richiesta di un impegno a discuterne pubblicamente quanto prima.

Guido Guastalla
Presidente Società aperta - Fondazione Magna Carta

Scudo fiscale: vantaggi pratici, svantaggi teorici


L’economia è da sempre il regno del pragmatismo. Nonostante gli sforzi recenti, encomiabili e condivisi di nobilitarla attraverso l’iniezione di robuste preoccupazioni etiche un po’ a tutti i livelli, resta uno dei più potenti e flessibili strumenti di quell’arte del possibile che è la politica.
Sotto questa luce il dibattito sullo scudo fiscale introdotto dal governo è apparso da subito segnato da uno zelo propagandistico che ha contaminato entrambe le parti.
Proviamo invece a vedere con distacco e ragionevolezza i lati positivi e quelli negativi del provvedimento, dopodiché proveremo a darne un giudizio sereno.
I lati positivi sono almeno tre. Primo, il rientro di 70-90 miliardi di euro (la stima di 300 fatta da alcuni ci sembra del tutto esagerata), produrrà 3-4 miliardi di entrate fiscali dirette legate alle modalità dell’operazione, e di questi tempi non sono certo da buttar via. Secondo, il rientro concentrato di tutti questi soldi mobiliterà investimenti e allocazioni che facendo ripartire l’economia origineranno negli anni, mano a mano che gli investimenti e le allocazioni diventeranno transazioni e posti di lavoro e quindi fatturati e stipendi, un altro bel flusso di gettiti vari che ora è difficile valutare, ma che è stimabile come importante. Terzo, sempre che stavolta il governo sia attento ad impedire che il rientro si traduca in una bolla speculativa, come quella che pochi anni fa si produsse in occasione dell’altro condono e che alla fine si scaricò soprattutto sul mercato immobiliare, i capitali rientranti ridarebbero un bel fiato alla struttura creditizia del sistema economico italiano e ai suoi principali operatori, cioè le banche e assimilati, seriamente provate dalla crisi finanziaria mondiale ancora in corso. Accompagnato da un serio progetto di chiusura dei paradisi fiscali questo potrebbe essere davvero l’ultimo condono per un lungo periodo a venire. Ma chi ci crede? L’impressione è che data l’importanza del sommerso, dell’elusione e dell’evasione fiscale endemiche nel nostro sistema economico (270 miliardi all’anno secondo l’Agenzia delle Entrate), massicce fughe di capitali ci saranno sempre.
Anche i lati negativi sono almeno tre. Primo, questo condono è troppo a ridosso dell’altro fatto appena qualche anno fa. Non c’è dubbio infatti che l’uso sistematico dei condoni e assimilati tende a provocare e quindi provocherà una minore osservanza dei doveri fiscali. Questo rischia di diminuire sistematicamente il gettito tributario, già ridotto dalla crisi, e di aumentare di conseguenza il deficit pubblico annuale (schizzato quest’anno al 5,3% del Pil, 90 miliardi, quasi quanto i capitali rientranti), che andrebbe ad accrescere il già smisurato debito pubblico del paese (quasi 1800miliardi di euro). Secondo, il condono crea la sensazione generale che pagare le tasse sia da “fessi”, e fesso si sente chiunque capisca che ci sarà qualcuno che rimpatria magari 100milioni di euro con una imposizione di circa il 5%, mentre l’aliquota media che egli ha pagato e paga di solito sul suo misero stipendio di 45mila euro lordi annui sfiora il 30%. Terzo, un rientro così compatto di capitali, soprattutto nel caso dovesse canalizzarsi in pochi settori di sfogo o addirittura in uno solo rischia di avviare spirali inflazionistiche mentre ancora non si è ripristinata una dinamica positiva dei salari. Invece di accrescerla, ciò contrarrebbe la domanda aggregata e darebbe un ulteriore colpo ai consumi.
A questo punto i pro e i contro sembrerebbero bilanciarsi, ma non è proprio così.
Non si può tacere, infatti, su un fatto quantomeno rilevante: i lati positivi sembrano tutti molto “pratici” (efficacia, rilancio, nuova ricchezza), quelli negativi contengono considerazioni imperniate su importanti valori etici (giustizia fiscale, senso della cittadinanza e dello stato, senso della democrazia reale)
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Massimo Paoli